• MuseoLab6

Un'architettura che guarda al futuro

Aggiornamento: 19 nov

Una passeggiata in uno dei più significativi quartieri milanesi del dopoguerra promossa dal Municipio 6 nel quadro delle celebrazioni per il centenario della nascita dell’architetto Arrigo Arrighetti.
A cura di Anelisa Ricci.



Arrigo Arrighetti

Arrigo Arrighetti (1922 -1989) è stato un protagonista di primo piano nella stagione della ricostruzione postbellica a Milano. Laureato in Architettura al Politecnico nel 1947, ha svolto dal 1953 sino al 1979 la maggior parte della propria vita professionale come dirigente del Comune di Milano. Un architetto “impiegato pubblico” con costante attenzione alle problematiche sociali, che ha ricevuto il giusto riconoscimento internazionale con la mostra “Architecture by Civil Servants” curata da Oma, lo studio dell’architetto e urbanista Rem Koolhaas, all’interno della Biennale di Architettura del 2012 a Venezia.


Per il Comune nel Comune, Arrighetti progetterà circa150 edifici civili: un architetto urbanista, che dedicherà tutta la sua professionalità, con amore, passione, alla sua città.

Solo per citare alcune sue opere : l’adattamento di Palazzo Sormani a sede della Biblioteca Comunale, alloggi popolari Ina Casa in particolare nel quartiere Gabrio Rosa, la Piscina Solari, l’Istituto Antitubercolare, la copertura della stazione della metropolitana di Amendola, le scuole materne di via Piero Capponi e via Santa Croce, le scuole medie del QT8 e della Carlo Porta nel quartiere Tortona Solari, le biblioteche rionali di Lorenteggio e Villapizzone.

Alcune di queste opere sono nel territorio del Municipio 6, che ha affidato un ruolo attivo all’associazione culturale MuseoLab6 per curare una visita guidata che faccia scoprire e conoscere ai cittadini uno dei più significativi quartieri milanesi del dopoguerra progettato da Arrighetti nei primi anni Sessanta ai margini del quartiere della Barona, in una periferia che si espandeva e si trasformava.


Sant'Ambrogio 1

Il quartiere Sant’Ambrogio1 è un complesso di edilizia popolare progettato nel 1963 per l’Istituto case popolari (Iacp), con al centro la chiesa di San Giovanni Bono. Arrighetti lo ha immaginato in modo decisamente innovativo: non ha inteso realizzare un quartiere dormitorio unicamente residenziale, quanto piuttosto un contesto urbano protetto e autosufficiente, una grande insula aperta però al dialogo con la realtà che stava nascendo nell’area di viale Famagosta.

Un insediamento residenziale “a corte” ma con un andamento curvilineo che delimita un grande spazio verde: un’area rigorosamente pedonale di gioco e d’incontro dove le famiglie potevano ritrovarsi e dove fossero presenti tutti i servizi civici necessari, cioè le scuole, materna ed elementare, la biblioteca, i negozi e il mercato comunale, l’ambulatorio, la chiesa. I margini di questo insediamento residenziale sono costituiti da quattro edifici ad andamento sinuoso che ospitano 1.056 alloggi per i circa 3.300 abitanti allora previsti.


Una “cittadella”, articolata per centinaia di metri su sette piani, che sorprende per la dimensione umana, la sua scala progettuale, pur importante nei volumi degli edifici, protegge e non opprime gli abitanti.


Un quartiere di matrice razionalista, i blocchi residenziali hanno sette piani e i prospetti, che si estendono nel loro insieme per diverse centinaia di metri, sono diversificati negli affacci: sul fronte esterno, rivolto alla viabilità di accesso alla città, si collocano gli spazi di servizio agli appartamenti, quasi ballatoi schermati in parte da griglie in mattoni; la facciata che guarda sull'area verde è invece segnata dall'asimmetrica distribuzione di logge e aperture.

Mentre gli edifici residenziali sono rivestiti da mattoni rossi, con un evidente richiamo alla tradizione architettonica lombarda, gli edifici civici pubblici sono differenziati e facilmente riconoscibili per l’uso del cemento armato a vista e il rivestimento di intonaco grigio.



L’elemento di maggiore interesse del progetto lo vediamo al piano terra dove il porticato lungo e continuo (la cui altezza raddoppia in corrispondenza degli ingressi) configura una sorta di galleria pubblica, una “promenade“ che corre sotto tutti gli edifici creando una prospettiva unitaria con una dimensione simile ai portici di tante città, aperta su un “parco di vicinato” esteso sino ai piedi degli edifici. Un percorso coperto quasi da borgo storico, che dà accesso alle residenze e permette di camminare attorno a un cuore verde e di servizi esteso sino ai piedi degli edifici. La viabilità, insieme ai parcheggi e alla sosta, pensata da Arrighetti in modo originale, è esterna al quartiere in modo che il traffico automobilistico non attraversi lo spazio pubblico, garantendo sicurezza e pedonalità agli abitanti; una moderna e efficiente concezione di mobilità ecologica .


San Giovanni Bono

All’insieme degli edifici “a nastro” si contrappone la grande chiesa cuspidata di San Giovanni Bono.

L’edificio sacro è immaginato da Arrighetti, oltre che come elemento religioso, come cardine urbano che si giustappone ai lunghi edifici residenziali e svetta al di sopra dell’intero complesso: un richiamo alle guglie gotiche, una tenda piantata nel centro del quartiere.


La struttura “ lecorbuseriana “, in cemento a vista, si innalza sul quartiere attraverso l’immagine dell’alta cuspide. La chiesa si dispone su due navate che, a partire da possenti conche absidali, crescono convergenti fino all’imponente parete d’ingresso triangolare.

La facciata, alta 37 metri e larga 31, ha la forma di un triangolo isoscele, il simbolo di perfezione e di armonia e per i cristiani della la natura divina di Cristo.

Le piccole aperture, quasi feritoie colorate, bucano la facciata e facendo filtrare la luce all’interno creano una composizione di colori primari. La pianta della chiesa ha una forma poligonale nella navata centrale che si restringe verso l’altare, il manto di copertura è oggi di lamiera ondulata.


In origine era formato da pannelli in resina dotati di piccoli lucernari che dall’interno davano un’immagine di cielo stellato. Ma nel 1981 un incendio lo ha bruciato e distrutto e danneggiato la struttura portante e parti dell’interno. Una grande mobilitazione, anche della comunità locale, ha consentito la ricostruzione della chiesa che però, a causa di un vincolo di costi, ha visto la sostituzione della copertura in resina con quella attuale in lamiera ondulata. La luce entra ancora da nuovi costoloni trasparenti, ma si è perso l’aspetto originario: la visione di cielo con le stelle. In sintesi possiamo dire che Arrighetti ha creato un manufatto “ardito” d’ispirazione “brutalista”, ma nel contempo fortemente spirituale.

La definizione dello stile Brutalista deriva da “béton brut”, ovvero rudezza del cemento a vista. Dopo la guerra c’era la necessità di ritrovare il senso di appartenenza e di aggregazione soprattutto negli edifici destinati alla comunità utilizzando un’architettura grezza ma sincera, che non nasconde i materiali e i loro difetti. Arrighetti operava con questi principi progettando un’architettura diretta e senza fronzoli, spirito evidente nella progettazione tanto della chiesa quanto del quartiere.


Il quartiere oggi In un periodo, gli anni Sessanta, in cui una priorità era la realizzazione di alloggi economici, il progetto per il Sant’Ambrogio 1 è stato uno dei rari esempi di quartiere autosufficiente, ai margini della città, dove i servizi civici e il verde erano considerati imprescindibili e posti al centro dell’insediamento per promuovere l’integrazione sociale tra i residenti. Un’idea che guardava al futuro creando le premesse per un quartiere che tuttora è accogliente, ecologico e verde.
 L’immagine attuale del Sant’Ambrogio 1 è ancora quella di un’isola residenziale protetta dal traffico con i servizi civici necessari e aree verdi, nella quale convivono gli originari abitanti o i loro figli e nuovi inquilini multietnici, anche se sono evidenti il deterioramento delle strutture in calcestruzzo e la mancanza di manutenzione. Nello spazio centrale ritroviamo una grande varietà di alberi che lambiscono gli edifici e ombreggiano gli spazi attrezzati per ritrovarsi: un luogo “civile” ed ecologico pensato da Arrighetti come un parco di quartiere per gli abitanti di ieri e di oggi.


È questo il quartiere che mostra al meglio l’idea progettuale di Arrighetti che, dal 1961, aveva diretto l’Ufficio urbanistico del Comune di Milano. L’Arrighetti “urbanista” dirà a conclusione di un convegno per ”il tempo libero e il verde”, tenutosi nel 1969:


“...L’operazione spazi verdi non è né facile né a buon mercato, ma credo che ad essa non ci si possa sottrarre se si vuole creare una città migliore per il benessere dei suoi abitanti, perché, da ultimo, per ognuno di noi, al di là del diverso modo di pensare, la città è un sogno pieno di gente felice”.


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